Pratica vs Talento - L'esempio della musica

Chi siamo e cosa facciamo dipende tanto dal nostro corredo genetico, quanto dall’educazione e dall’ambiente. I modi in cui questi due fattori possono combinarsi nel determinare le caratteristiche di un individuo e della sua esistenza sono potenzialmente infiniti. Eppure sono da soli in grado di definire irrevocabilmente il range di percorsi possibili entro cui un soggetto, spesso senza saperlo o volerlo, è costretto a muoversi. Salvo rarissime eccezioni, le scelte sono condizionate dai geni, dalla famiglia, dall’ambiente fisico e sociale, dallo status predeterminato o acquisito, (etc.), insieme al modo in cui queste componenti assurgono a rappresentanti simbolici di un sistema di limiti ed opportunità entro cui si dipana la complessa trama della realizzazione di ciascuno.

Nessuno è ancora in grado di dire perché e in che modo si diventi musicisti, se le abilità musicali siano prevalentemente innate (predisposizioni genetiche) oppure apprese (effetto dell’istruzione e dell’educazione musicale), da quali aree o circuiti cerebrali abbiano origine, se esistano requisiti per il successo. Possiamo però immaginare la serie fortuita di coincidenze che può portare alcuni a decidere, più o meno consapevolmente, di ingaggiarsi nello studio della disciplina, affrontando un lungo e spesso sacrificante percorso di apprendimento. Nascere o formarsi in un contesto che offre la possibilità di contattare precocemente diversi stimoli culturali, che coglie da subito le naturali predisposizioni e si adopera materialmente e moralmente per facilitarne l’espressione, influenza sicuramente nei modi e nei tempi l’apprendimento dell’expertise musicale, determinandone qualitativamente gli esiti.

Allenarsi con regolarità, costanza e continuità in qualche cosa, per periodi prolungati nel tempo (almeno 10.000 ore di pratica), modifica sostanza e funzionamento cerebrale, ampliando le nostre capacità o rendendole più sofisticate, tanto in domini generali della conoscenza quanto nei suoi settori più ristretti. In altre parole, se la genetica può rappresentare un vantaggio a un qualche livello dei processi percettivi (come l’analisi dei suoni) o cognitivi (come la rapidità di lettura), è l’addestramento a stabilire se diventeremo davvero musicisti. Grazie alla plasticità cerebrale, che predispone geneticamente l’essere umano all’apprendimento, strutture e funzioni neurali si modificano in risposta alle stimolazioni offerte dall’ambiente, promuovendo lo sviluppo di nuove abilità o affinando quelle acquisite.

Nella migliore delle ipotesi, dunque, la dotazione genetica può decidere di avvantaggiare in alcune delle attitudini utili allo sviluppo della competenza musicale (l’attenzione, lacapacità motoria, la coordinazione manuale, la capacità uditiva, di analisi e comprensione del suono, la qualità dell’attenzione, la sensibilità al ritmo, le capacità di controllo, la pianificazione e l’esecuzione, l’eccitabilità sensoriale) ma è soltanto l’ambiente in cui si muovono i primi passi e si matura in qualità di persone e professionisti, che ha il potere di stabilire i tempi, i modi o le reali probabilità di concretizzazione del potenziale umano in un dato ambito dell’esperienza. Consentire l’incontro con il piacere è tra le principali funzioni dell’ambiente fisico e sociale.

È solo grazie alla possibilità di associare i propri sforzi ad emozioni positive che si produce quel sistema di affetti e motivazioni utili a predisporre la mente ad un apprendimento più intenso e puntuale. Posso avere talento, ma se non ho abbastanza interesse non riuscirò a dedicare tutte le ore necessarie al successo. Così come posso vivere in un ambiente svantaggiato, ma essere sostenuto nel perseguimento dei miei obiettivi da una passione capace di farmi superare tutti gli ostacoli. La propensione a non farsi sopraffare dall’ansia durante un’esibizione, la tolleranza alla frustrazione necessaria al processo di apprendimento, l’abilità a mantenersi motivati nonostante i fallimenti e le difficoltà sono solo alcuni dei termini che, nell’uso comune, rendono conto della forza con cui gli affetti trascinano i nostri comportamenti in modo imprevedibile e talora irragionevole.

La capacità del musicista di addomesticare queste componenti al fine dell’apprendimento e diutilizzarle per tradurre in linguaggi sonori una dimensione umana difficilmente esprimibile a parole (quella emotiva) rappresentano una parte preponderante entro l’ambito del suo “saper essere”. Se la biologia consente a chiunque di percepire i suoni, analizzarli, memorizzarli e rievocarli o riprodurli all’occorrenza,  è solo nella mente del musicista che i fenomeni acustici perdono le loro caratteristiche fisiche per acquisire carattere psicologico, attraverso la possibilità di dar voce alle emozioni per il medium dei suoni. Il suono evoca una risposta emotiva, la mente le assegna un significato filtrato dai vissuti soggettivi, creando le condizioni per evocarne il corrispettivo nell’altro. L’ascolto risulta così solo in parte generato dalle caratteristiche del brano, poiché è attraverso la funzione trasformativa della mente dell’interprete che si realizza la possibilità di un’esperienza estetica diversa e singolare per ciascuno.


Dott.ssa Katia Buonanno
Psicologa a Parma

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