Le sfide della prima adolescenza

Per comprendere appieno il funzionamento mentale degli adolescenti è utile comprendere il concetto di  compiti di sviluppo. I compiti di sviluppo sono sfide che la fisiologia della crescita impone di affrontare in una specifica fase del ciclo di vita, al fine di acquisire gli strumenti necessari ad affrontare e superare le richieste imposte dai livelli successivi di crescita. Ogni sfida ci costringe ad un confronto serrato con i nostri limiti, ci spinge ad uscire dalla zona ci confort e a metterci alla prova alla ricerca di nuovi e più complessi equilibri. In genere, i compiti evolutivi che i ragazzi devono superare per diventare adulti riguardano: l’uscita dal ruolo di figlio e lo sviluppo delle competenze che consentono di acquisire altri ruoli nella società, al di fuori dalla famiglia, l’integrazione del corpo che cambia e diventa capace di generare, la definizione della propria identità (del proprio modo di essere e di sentire, delle proprie preferenze e valori).

L’adolescenza ha sempre inizio con la partenza per un “altrove”,  un viaggio alla ricerca del proprio posto nel mondo. Come tutte le partenze ha in sé la paura e il desiderio, l’ambizione e l’inadeguatezza, l’ideale el’incertezza, l’animosità polemica tra le ragioni per restare e quelle per andarsene. “Partire” è sempre anche “lasciare”. I comportamenti talvolta ostinati, contraddittori, ambigui nel rapporto con gli adulti di riferimento e con i luoghi dell’infanzia possono rappresentare un tentativo di dare forma e significato alla paura di deludere, al timore di fuoriuscire dal solo ruolo di “figlio”. Lo stesso può dirsi rispetto all’attrazione per l’ignoto, al desiderio irrefrenabile di avventurarsi oltre i confini prescritti dalla “legge genitoriale”, all’irruenza della rabbia come unica barriera che preserva dal terrore di essere inondati dai vissuti di perdita. Infatti, in fondo, separarsi da ciò che si è perdutamente amato, è uno dei grandi dolori a cui tocca imparare a sopravvivere. L’adolescenza è, in quest’ottica, il luogo in cui si realizza la separazione dagli oggetti dell’infanzia per iniziare ad esplorare il mondo al di fuori dei confini familiari, attraverso la sperimentazione di nuovi spazi, autonomia e differenti versioni di sé (studente, amico, migliore amico, figlio, partner, ecc). È in questo contesto che il corpo nasce come problema nella mente adolescente come qualcosa che può facilitare o ostacolare la relazione con l’altro.

È un corpo che all’improvviso non è più bambino, che chiede, che cambia in un modo che non (è possibile  controllare, che  fa sentire nudi, esposti, fragili, perché inizia a rappresentare “il biglietto da visita” con cui si debutta sul “palcoscenico sociale”.Per i bambini il corpo non è un grosso problema: al limite provoca dolore fisico, è una cosa che si usa, che serve, uno strumento che appartiene al dominio del fare o del muoversi. I bambini non si preoccupano di abbellirlo, di modificarlo, di plasmarlo, di esibirlo, di utilizzarlo per entrare in relazione anche intimamente con qualcuno. Ai bambini non importa affatto il giudizio degli altri sul loro modo di vestire o di presentarsi. Il corpo bambino è un corpo fisico, un corpo “non pensato”. La possibilità di pensare il corpo è forse la più importante novità dell’adolescenza.

L’adolescenza potrebbe essere definita, quindi, come quel periodo che serve a un ragazzo/a per riformare l’idea del proprio corpo nella mente, integrandone gli “aggiornamenti”, familiarizzando con i nuovi comandi, collaudandone le “interfacce”, osservandone gli effetti sul mondo esterno. Attraverso i vestiti, gli accessori, le pettinature, i selfies, le opportunità offerte dai social networks e dallo smartphone l’adolescente cerca di plasmare l’idea che gli altri hanno di lui e la propria opinione riguardo a sé stesso. E’ questo corpo, quasi sempre sbagliato, con tutte le sue imperfezioni vere o presunte, a diventare protagonista, costringendoci a occupare il bagno per giornate intere e a  ricorrere di continuo all’immagine riflessada tutto ciò che evoca lo sguardo dell’altro. Tutto ciò che viene vissuto come difetto rafforza il timore di risultare brutti, sbagliati, privi di qualsiasi valore. Like, visualizzazioni, numero di storie, diventano il parametro da cui dipende il senso assoluto del proprio valore personale e condannano alla spasmodica ricerca di consenso e riconoscimento.

Ecco perché sempre più ragazzi non riescono a sottrarsi al problema della bruttezza o bellezza del corpo, sempre troppo grasso, troppo magro, troppo goffo o imperfetto…e non importa che lo sia per davvero, non importa come sia in realtà. Ed ecco che il conflitto con il corpo diventa attacco al corpo, spinge a modificarlo in ogni modo possibile, a coprirlo, a mimetizzarlo, a farlo sparire. È questa idea di “impresentabilità del corpo” a fare della vergogna l’antagonista principale entro la moderna narrazione adolescenziale. La vergogna è un sentimento particolare, un’emozione complessa, come le altre implica un giudizio negativo rispetto a uno standard morale o sociale. A differenza delle altre però è intimamente connessa al senso assoluto del proprio valore personale. La sua esistenza implica l’essere giudicati dagli altri o da noi stessi, più per ciò che non abbiamo saputo o potuto essere piuttosto che per aver sbagliato in qualcosa. È intimamente legata alla consapevolezza di non essere all’altezza delle proprie aspettative e di quelle che si ritengono essere le aspettative degli altri. Quando la vergogna non è compresa, quando vengono a mancare riconoscimento e consenso da parte di un pubblico che, nella realtà interna o esterna, rimarca le nostre imperfezioni presunte o reali che siano, si intensificano vissuti di umiliazione, rabbia e rivendicazione, che spingono a sforzi esagerati “per ricomporre la dignità” della proprio immagine. Quanto altro si è disposti a sacrificare, ancora, da adulti sull’altare dell’apparenza e del riconoscimento sociale?


Dott.ssa Katia Buonanno
Psicologa a Parma

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